Giorgio Barbareschi, Bisogna saper perdere

Le dieci più incredibili, epiche e devastanti sconfitte nella storia dello sport

Come mai é facile definire beffardamente “il primo degli ultimi” chi arriva secondo in un campionato, una corsa o una qualsiasi sfida sportiva?

Nel mondo dello sport perdere è visto troppo spesso come qualcosa di cui vergognarsi, dimenticando che vittoria e sconfitta costituiscono due lati della stessa medaglia.

Lo sport va affrontato con l’obiettivo di primeggiare, ma questo non significa che i vinti debbano essere considerati dei perdenti. Anche perché le sconfitte non sono tutte uguali.

C’è chi ha vinto quasi tutto ma ha mancato proprio l’appuntamento più importante (l’Italia della pallavolo) e chi invece ha perso praticamente sempre (il ciclista Raymond Poulidor).

Qualcuno ha collezionato una serie di rovinose cadute ma non ha smesso di rialzarsi (i Buffalo Bills del football americano) e qualcun altro dopo quasi quarant’anni ancora non riesce ad accettare il risultato del campo (gli Stati Uniti del basket).

Qualcuna ha vinto tanto, ma viene comunque ricordata come perdente (la tennista J. Novotna) e chi ha preferito la sportività alla vittoria (il saltatore Luz Long).

Un altro sportivo è stato dominato dalla paura nel momento decisivo (il golfista J. Van de Velde) e qualcun altro ha perso per la propria arroganza (il pugile Tyson).

Infine, c’è chi ha dovuto subire il lato malato dello sport (il tifoso di baseball S. Bartman) e chi invece attraverso una partita ha scoperto un mondo diverso (la Nazionale di calcio del Montserrat).

Le sconfitte sul campo rappresentano i fallimenti che incontriamo nella vita di tutti i giorni, ma i risultati negativi non sono lo specchio di ciò che siamo come persone.

Piuttosto lo è il modo in cui reagiamo a essi: se arrendendoci alla prima difficoltà oppure rialzandoci e riprovando a vincere con ancor maggiore determinazione.

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